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11 settembre 2001: il ricordo di Dan Potter, un vigile del fuoco di New York

Oggi ricorre l’undicesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre. Su questo blog non ho mai dato risalto alla faccenda, non perché non me ne interessi, ma più che altro perché queste pagine trattano di altro e scrivere ogni anno un articolo “fuori tema” senza avere, alla fine dei conti, nulla da condividere non mi sembrava il caso.

Quest’anno, invece, vorrei farvi leggere un passo di un’intervista raccolta dal team di undicisettembre.info in cui il vigile del fuoco Dan Potter ricorda come ha trascorso il suo 11 settembre. La moglie di Dan quella mattina si trovava nelle torri, Dan non era in servizio, ma corse sul posto a cercare sua moglie Jean.

Potete trovare QUI l’articolo completo in italiano e QUI l’articolo originale in lingua inglese.

Ricordo che la giornata era perfetta, non c’era una nuvola in cielo e la temperatura era molto gradevole. Mi stavo godendo il clima autunnale che si avvicinava.

Mi svegliai e presi il caffè con Jean che aveva iniziato la sua giornata poco prima del solito. Le preparai una frittata di asparagi prima che uscisse per andare al lavoro. Dopo che Jean uscì di casa mi feci una doccia e andai a piedi a prendere il mio veicolo che era parcheggiato al WTC nel parcheggio sotterraneo. Potevo parcheggiare lì grazie al pass del “Fire Department”. I miei pensieri erano concentrati sul corso per la promozione a Tenente dei Vigili del Fuoco che sarebbe cominciato a Staten Island un’ora più tardi. Avevo una registrazione su cassetta di una lezione precedente a cui ero andato e l’avrei sentita in macchina nella mezz’ora di tragitto dal WTC a Staten Island.

Mentre cominciavo l’esercitazione rispondendo alle domande degli esami per la promozione della settimana precedente, un collega pompiere entrò correndo dalla porta doppia e urlò a gran voce che due aerei avevano colpito il WTC. Balzai in piedi immediatamente e dalla scuola potei guardare dall’altra parte del fiume le due torri in fiamme. Non avevo il cellulare al tempo, ma usai un telefono lì vicino per chiamare l’ufficio di Jean. Il telefono suonava e suonava e alla fine entrava la segreteria telefonica. Sapevo che in quel momento nel palazzo di Jean ci doveva essere l’evacuazione.

Mi misi in macchina e guidando freneticamente presi il ponte che collega Staten Island a Brooklyn. Mostrando il mio tesserino dal finestrino oltrepassai un poliziotto che stava impedendo ad altre macchine di prendere l’autostrada. Guidavo in testa a una fila di sette o otto auto della polizia che erano dietro di me, e mentre guidavo lanciavo delle veloci occhiate alla torre in cui si trovava Jean. Da queste rapide occhiate credevo che l’impatto dell’aereo fosse avvenuto sotto all’ufficio di Jean e che l’unico posto sicuro per Jean sarebbe stato il tetto della torre.

Percorsi il tunnel che collega Brooklyn a Manhattan e uscii circa sette isolati a sud delle torri in fiamme. Parcheggiai il mio veicolo e iniziai a correre lungo la West Side Highway in direzione delle torri. Quando giunsi a circa due isolati dalle torri, iniziai a vedere varie parti di cadavere sparpagliate per strada; la polizia cominciò a coprire le parti più grandi e i torsi. Percorsi un isolato fino alla Stazione dei Pompieri a cui ero temporaneamente assegnato, la Squadra 10. La Stazione del Pompieri era dall’altra parte della strada e proprio sotto alla Torre Sud.

Appena entrai dal retro nella Stazione mi recai nella zona anteriore dell’edificio da cui potevo vedere direttamente la Torre Sud in fiamme e avere una migliore prospettiva di ciò che stava avvenendo. Vidi un uomo asiatico, che era stato colpito da un pezzo di aereo, steso a terra su un fianco di fronte alla Stazione dei Pompieri, non gridava in quel momento, ma aveva molto dolore.

Indossai la maglia dell’uniforme dei Pompieri. Non mi cambiai i pantaloni, ma tenni addosso i miei jeans. Quindi iniziai a indossare la divisa da intervento (casco, capotto, pantaloni e stivali). Fu allora che incontrai un pompiere con cui avevo lavorato nel Bronx, il suo nome era Peter Bielfeld. Lo riconobbi e mi salutò, gli dissi che quando fosse stato pronto potevamo formare una squadra noi due e andare verso la Torre Sud che era direttamente di fronte a noi. Mentre ci stavamo spostando verso la zona anteriore della Stazione, dissi a Pete che intendevo prendere un attrezzo per forzare le porte, così da averlo se fosse servito. Mi volsi indietro per recuperare l’attrezzo in un armadietto, e Pete proseguì verso la Torre Sud.

Mentre stavo per uscire dalla Stazione per raggiungere Pete, che era a poche decine di metri di distanza, un pompiere che si trovava davanti all’uscita carrabile alzò il braccio per fermarmi e disse: “Oh merda, sta arrivando.” La Torre Sud iniziò a crollare (in seguito scoprii che Pete era morto all’istante). Davanti alla Stazione dei Pompieri con me c’erano l’uomo asiatico, altri pompieri e infermieri che si sparpagliarono in giro per mettersi in salvo nel retro della Stazione. Trascinai via l’uomo asiatico più lontano che potei prima che l’impeto del crollo ci travolgesse. Mi nascosi il viso dietro a un muro di mattoni e coprii l’uomo asiatico con le gambe. Quando la pioggia di detriti e l’impeto del crollo si fermarono, mi sentii come se stessi soffocando. L’asiatico urlava “Via, via, via.” Allora lo trascinai ancora più verso il retro della Stazione e fuori sulla strada. In quel momento le persone cominciavano a uscire dai loro ripari e dai rifugi. Affidai l’uomo asiatico ai paramedici che vidi avvicinarsi a noi. (In quel momento non me ne accorsi ma l’asiatico aveva una valigetta legata al polso).

Dopo aver affidato l’uomo asiatico ai paramedici, mi diressi verso la Torre Nord. La mia esperienza mi suggerì di non rimanere per strada per via dei detriti che cadevano dall’alto e che avrebbero potuto uccidere all’istante. Mi fiondai verso il palazzo più vicino, che aveva subito grossi danni dal crollo della Torre Sud. Era il Bank Trust Building. Entrando nel palazzo incontrai cinque o sei “zombie che camminano”, persone ferite e con il volto ricoperto di polvere grigia con sangue e sudore che colavano. Li condussi verso il retro del palazzo dove, dissi loro, sarebbero stati al sicuro. Nel frattempo mi segnalarono una stanza adibita ad asilo dove i bambini venivano accuditi mentre i genitori lavoravano. Aprii la porta e fui sollevato nel vedere che i bambini erano già stati evacuati poiché la stanza era stata seriamente danneggiata dall’acciaio pesante della torre.

Mentre uscivo dall’edificio, incontrai un vecchio amico, Mel Hazel, che non vedevo da quasi quindici anni. Mel era un Comandante dei Vigili del Fuoco in pensione e indossava la divisa. Guardò la scritta sul mio casco da pompiere (che designa la compagnia di appartenenza che era la Squadra 31) e mi disse “Hey 31, stai bene?” Mel non mi riconosceva, essendo io ricoperto di cenere. Gli dissi “Mel, sono io, Dan Potter”. Mel fu sorpreso e parve stupito. Dissi a Mel che dovevo andare verso la Torre Nord perché mia moglie Jean si trovava sul tetto. Mel mi disse che ci saremmo andati. Proprio in quel momento un poliziotto passò correndo vicino a noi e senza fermarsi ci urlò che l’elicottero sopra di noi aveva appena avvisato la polizia a terra attraverso le radio portatili che la Torre Nord sarebbe crollata da un momento all’altro.

Prima che il poliziotto finisse il suo avvertimento la Torre Nord iniziò a crollare su sé stessa. Mel si volse per correre, lo afferrai per la spalla e gli dissi di venire con me, ci rannicchiammo in posizione fetale contro una colonna di cemento appena fuori al Bankers Trust Building mentre il rombo, il vento e i detriti letali volanti colpivano come una frusta tutto intorno a noi. Di nuovo, l’aria era piena di oscurità totale e polvere nera, non riuscivamo a respirare ed entrambi pensavamo che saremmo soffocati. Mel mi disse “Andiamo via di qui”, entrambi strisciammo sulle mani e sulle ginocchia in una direzione sconosciuta, la mia lampada di emergenza non fu di alcuna utilità. Strisciammo per una breve distanza e grattai la superficie con le mani. La polvere grigia e spessa rivelò una superficie nera, eravamo su una strada. Strisciammo un po’ di più e trovammo due o tre autovetture in fiamme. Stavano bruciano furiosamente, ma nessuno le vedeva per via della densa nube di polvere nera. L’aria si schiarì un po’, potemmo alzarci. Vedevamo frammenti di carta incendiata, tutti i palazzi circostanti in fiamme, c’era un silenzio tombale e non si vedeva nessuno. Sembrava l’epilogo di un film sulla fine del mondo. Dissi a Mel che dovevo andare a cercare Jean e mi separai da lui.

Il mio primo pensiero fu di provare a casa nostra, a circa due isolati di distanza. Cominciai a camminare passando vicino ad auto in fiamme, camion dei pompieri e ambulanze rovesciati. Di nuovo non c’era nessuno in giro. Quindi cominciai a vedere alcuni pompieri. Uno di loro era il mio capo, il Capitano Mallery. Stava lavorando per stendere un tubo per l’acqua da una nave dei pompieri che si trovava nel fiume Hudson. Gli dissi che stavo bene ma che dovevo trovare mia moglie. Mi disse di farlo. Percorsi i due isolati verso casa mia. La porta divelta di un piccolo negozio di alimentari che era stato evacuato mi concesse di andare a prendere una bibita”Snapple” fredda. La mia gola era completamente chiusa e secca. Lasciai un dollaro sul bancone e ripresi il cammino. Davanti a casa mia incontrai uno dei soliti portinai, che conoscevo molto bene. Non mi riconobbe, mi disse: “Pompiere, dobbiamo andarcene?”. Dissi al portiere chi ero e mi riconobbe. Gli chiesi se avesse notato se Jean era tornata a casa. Mi disse di non averla vista. Quindi salii i nove piani di scale fino al nostro appartamento, il 9F. Avevo lasciato le chiavi di casa alla Stazione dei Pompieri e quindi non potevo aprire la porta. Bussai e poi bussai più forte pregando che Jean fosse dall’altra parte della porta. In quel momento, mi resi conto che Jean probabilmente non era sopravvissuta ed era morta. Mi lasciai andare contro il muro del pianerottolo e, per la prima volta, piansi.

Dopo qualche minuto mi ricomposi, scesi a piedi i nove piani di scale e mi sedetti sulla panchina di fronte a casa dove ero solito aspettare Jean di ritorno dal lavoro. Ero arrabbiato e stressato. Pensavo: “Da che parte inizio a cercare Jean? Come faccio a dire ai suoi genitori che è morta?” In quel momento un fotografo mi scattò una foto, sentii lo scatto e dissi a quel signore “Non è il momento, per favore si allontani” e lo fece.

Dopo alcuni minuti la mente mi disse di tornare nel mio appartamento. Vidi il custode del palazzo e gli dissi che mi serviva uno scalpello e un martello per forzare la porta di casa ed entrare. Il portiere mi diede gli strumenti e mi misi a forzare la serratura con lo scalpello e aprii la porta. Appena entrai il telefono suonò. Era la zia di Jean preoccupata per lei. Le dissi che non sapevo nulla e riattaccai bruscamente. Il telefono suonò di nuovo; era mio padre. Gli dissi: “Io sto bene ma non so dove è Jean”. Mio padre piangeva dall’altro capo del telefono, ma si fermò e mi disse che sapeva dov’era! “Jean si trova alla Stazione dei Pompieri di Chinatown, sai dove si trova?” Dissi che ovviamente lo sapevo e con ciò riattaccai il telefono e immediatamente chiamai la Stazione. Un pompiere mi rispose e gli chiesi se c’era una “bellissima donna dai capelli rossi, lì alla Stazione”, mi rispose: “E’ qui”.

Immediatamente chiusi la mia porta danneggiata e scesi correndo i nove piani di gradini senza nemmeno toccarli! Corsi verso la mia autovettura parcheggiata e percorsi le strade vuote fino alla Stazione dei Pompieri che si trovava sul lato est di Manhattan, a Chinatown. Camminai fino alla stazione e aprii la porta della sala TV e lì davanti a me c’era la mia bellissima moglie, intrisa di polvere grigia e sudore. Jean spalancò gli occhi per vedere la mia penosa. Ci abbracciammo e mi chiese “Dove sei stato?”. Le risposi: “Non credo che tu voglia saperlo”.

Presi Jean sotto braccio e risalimmo sul mio veicolo. Le chiesi dove volesse andare e insieme decidemmo che il posto migliore dove stare sarebbe stata la casa dei suoi genitori in Pennsylvania, che era a novanta minuti di strada di distanza. Dopo varie soste lungo il tragitto per lavarmi gli occhi gonfi, arrivammo là in tempo record, poiché non c’era assolutamente traffico per strada. A casa dei genitori di Jean ci siamo lavati e ci vestimmo con abiti presi in prestito. Per la prima volta potei vedere cosa era successo con il secondo aereo che si schiantava contro la Torre Sud. Quella notte non riuscimmo a dormire, ci limitammo a riposare. Un paio di volte mi assopii e le mie palpebre si fusero l’una con l’altra per via della polvere. Dovevo bagnarmi abbondantemente la faccia con acqua calda per riaprirle.

Tornammo a casa nostra il giorno seguente per prendere dei vestiti. Il condominio non aveva corrente elettrica e tutti nella zona erano stati costretti a evacuare. Solo a una piccola squadra di sicurezza fu concesso di rimanere per sorvegliare il palazzo. Anche se il nostro appartamento era in una zona a cui era proibito l’accesso, con il mio tesserino da pompiere potei entrare (con Jean). Raccogliemmo i nostri vestiti e andammo a stare in un albergo nella zona di midtown Manhattan [il quartiere centrale di Manhattan]. Non potemmo tornare a casa per tre settimane.

Lo spezzone di articolo è stato ripubblicato su questo blog con il consenso degli amministratori di undicisettembre.info e il signor Dan Potter è stato citato nell’articolo originale con il suo permesso.

Aggiornamento del pedice: il team di undicisettembre.info, nella persona di Hammer, l’autore originale dell’intervista, mi ha informato che Mr. Dan Potter in persona è stato interpellato e anche lui ha dato il consenso alla ripubblicazione del suo racconto, lo ringrazio per la disponibilità .

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