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Appstore, noi ce lo abbiamo da sempre!

Ho appena letto che, secondo le ultime indiscrezioni, non confermate, Windows 8, il successore di Windows 7 (maddai??), sarà dotato di un suo personalissimo appstore.

Faccio il conto di quanta gente ha il proprio appstore o ha annunciato di volerne aprire uno a breve (vado a memoria, se sapete di qualcun altro segnalatemelo nei commenti come pure se dico castronerie!): Apple (c’è bisogno di dirlo?), ASUS, Linux, Intel e, appunto, Micorosft.

Aspetta! Hai detto Linux?!?

Sì, ho detto Linux! Non ci senti?!?

Cos’è un appstore? Un “posto” (uno o più server) sul quale sono disponibili da scaricare e installare (a pagamento o meno) un tot di applicazioni sviluppate apposta per il sistema operativo (e quindi per il dispositivo) che stiamo utulizzando. Tutto il processo viene controllato da un programma che ci sforna una lista delle applicazioni disponibili, ci permette di fare ricerche all’interno di questa lista, con un click le scarica e installa in automatico.

Ma non vi sembra la descrizione di un’altra cosa, molto cara a noi utenti del pinguino? Esatto. “Appstore” è il modo *fico* di dire “gestore di pacchetti” (ma ci eravate già arrivati da soli, vero?)!

Se non sapete cos’è un appstore perchè non possedete un iPhone leggete la descrizione in alto, se non sapete cos’è un gestore di pacchetti perchè non avete mai usato Linux, bene, leggete la stessa descrizione.

E adesso chiedetevi: ma allora perchè tutti corrono ad aprire il proprio appstore adesso che Apple ha lanciato il suo facendo un successo enorme e non ha fatto lo stesso successo Linux?

Purtroppo la risposta è molto dura e critica verso il mio amato mondo open source: perchè l’appstore di Apple è fichissimo, invece gli svariati appstore delle distribuzioni Linux sembrano fatti coi piedi.

Si dice da tempo che Linux non è roba da smanettoni, ma in realtà, in una piccola parte, questo è ancora vero. Se devo usare un gestore di pacchetti mi ritrovo di fronte una lista megagalattica di nomi di pacchetti che per la maggior parte delle persone non significa niente. Le descrizioni, spesso e volentieri, sono solo in inglese e questo taglia fuori una grossa fetta di utenza non-anglofona. In un *vero* appstore se uno vuole *programma*, legge *programma*, clicca *programma* e ottiene *programma*. In un gestore di pacchetti, dopo aver svolto la ricerca di *programma* nell’apposito campo, uno legge *programma*-base, *programma*-devel, *programma*2.0.1.3.5.6.3, ci siamo intesi? Glielo spiegate voi poi perchè ogni volta che si installa *programma* quel furbacchione del nostro appstore installa in automatico anche tre o quattro (se va bene) altre cose? Questi passaggi devono essere trasparenti all’utente normale, questo tipo di persona si perde nella miriade di informazioni e perde anche la fiducia nel sistema. Se un utente un po’ più smaliziato vuole avere queste informazioni saprà dove andarsele a prendere, agli altri non interessano.

Ubuntu ci sta provando con il suo (ottimo) Ubuntu Software Center, ma forse oramai il carro dei vincitori è pieno. Ho la netta sensazione che si aveva in mano la carta vincente da anni, ma nessuno abbia saputo sfruttarla a dovere. Ora ci rimane solo lo spazio lasciato libero dai morsi dati alle mele.

E spero di essere smentito presto.

Un commento su “Appstore, noi ce lo abbiamo da sempre!

  1. […] Solo un appunto: le ho chiamate “apps” non per far riferimento al mio vecchio articolo (Appstore, noi ce lo abbiamo da sempre!) ma perchè nell’interfaccia Unity si accede al software center tramite l’icona […]

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