Giacomo Poretti – Toglietemi tutto, ma non la password per i miei ricordi

Oggi vi voglio proporre un testo di Giacomo Poretti (il Giacomo di Aldo, Giovanni e Giacomo) apparso sul sito web de “La Stampa” oggi, in cui propone qualche riflessione su come viene vissuta la letteratura tramite internet e, in generale, i nuovi mezzi di comunicazione.

Mi scuso per la brutalità del copia e incolla, ma non sono sicuro di riuscire a ritrovarlo in futuro, non sapendo come viene gestito il sito de La Stampa. Il link (finché funziona) è questo per la versione scritta, invece qui potete trovare il video in cui Giacomo recita il brano.

Forse perché non ne hanno mai letto uno, forse perché volevano riscattarsi tramite i figli, forse perché intuivano che tra quelle pagine, a loro impedite, vi erano storie straordinarie. Per il regalo della quinta elementare non hanno atteso il Natale: il giorno del mio compleanno si presentarono con un pacco gigantesco avvolto da una carta marrone. La carta si cercava di non romperla perché sarebbe servita per altri compleanni, quindi con cautela sciolsi il nastrino rosso e rimasi paralizzato dallo stupore nel constatare che mi avevano regalato «La Divina Commedia» illustrata da Gustave Doré, ovviamente era una copia anastatica. Dopo qualche secondo di silenzio mia madre disse: «Non ti piace? è bellissimo sai, papà lo ha comperato a rate». Un librone di 6 chili e mezzo pagabile in 24 rate mensili di 1000 lire l’una. Dico subito che non ho niente da opporre seriamente a Internet e al suo mondo, se non la nostalgia. È per questo motivo che non ce la farò mai a leggere un libro su un tablet, che per me è come far l’amore con una bambola di plastica. Una volta mi è capitata un’esperienza curiosa: tutti i miei amici mi dicevano che Twitter è fantastico, che ti fa sentire vicino a chiunque nel mondo e che ci puoi fare cose incredibili tipo che c’era uno scrittore che aveva deciso di pubblicare un suo racconto nella speranza di essere letto in tutto il Pianeta. Io ho scaricato l’applicazione di Twitter e ho provato a seguire l’esperimento. Sei frasi da 140 caratteri al giorno: dopo tre giorni il protagonista non aveva ancora finito di lavarsi i denti… Mi sono rotto le palle. Ho chiesto a un amico cosa era successo dopo due settimane, mi ha detto che il protagonista si stava annodando la cravatta e che se tutto andava bene per Ferragosto sarebbe uscito di casa! L’epoca moderna consente a noi abitatori della Storia di usufruire di miracoli tecnologici che a volte ci autorizzano perfino a dubitare della necessità di Dio. Il compiersi prepotente e affascinante della tecnologia sta modificando dentro di noi la percezione di chi siamo e di cosa ci sentiamo in diritto di provare. Una volta acquistavamo una macchina fotografica, spesso ci veniva regalata il giorno della Cresima, si mettevano da parte i soldi per i rullini e poi si portavano le foto a stampare: un terzo erano da buttare, ma le altre le si incorniciava, le si metteva nell’album con il quale si sfinivano gli amici fino a tarda notte; oppure dolcemente ci si immalinconiva nelle sere di inverno, ogni pagina che si voltava si era più grandi di qualche anno, in genere con 8-9 pagine si passava dall’asilo fino a quando si diventava papà.

Un centinaio di foto per sintetizzare trenta, quarant’anni di vita. Ora nei nostri computer immagazziniamo 18.756 foto, tradotti in giga byte: 122! Vi ricordo che i primi pc portatili avevano un hard disk di 20, 30 giga al massimo. Se una volta per vedere l’album di un amico ci si rovinava una serata intera, e calcolando che un album contenesse poco più di un centinaio di foto, significa che per vedere tutta la collezione su iPhoto di 18.756 foto dovremmo romperci le balle per 187 giorni: tutto l’autunno e tutto l’inverno! È per questo che le foto sui computer non le guarda più nessuno: si scatta come degli invasati con i cellulari, con le macchine compatte, con gli iPad, si scaricano sul Pc e poi ci si vanta con gli amici. Non si dice: «Sono stato in India e ho fotografato il Taj Mahal all’alba», ma: «Ho fatto un viaggio con un last minute e ho portato a casa 80 giga di immagini, vuoi venire a vederle mentre ci mangiamo un sashimi da asporto?». «Verrei volentieri ma stasera devo importare tutta la mia libreria di musica sull’iPhone: 3672 brani, 64 giga, 28 giorni di ascolto!». Una volta si conoscevano a memoria le parole delle canzoni di tutto un Lp, ora non sappiamo nemmeno chi canta perché usando il random è il «device» che decide cosa ascoltare. Rischiamo di non avere più la foto del cuore che ingiallisce e si piega insieme a noi, rischiamo di non amare più nessun cantante, confusi e ammassati dentro agli hard disk di un terabyte. Convinti come siamo di poter possedere tutto, di conoscere tutto, in realtà accumuliamo tutto, con il terrore che nessun cantante possa sfuggire alle nostre playlist, che ogni momento della vita possa essere fotografato e immagazzinato. L’importante è archiviarlo, backupparlo, duplicarlo, masterizzarlo. Vedere o ascoltare è secondario. Dicono che questa sia l’epoca della privacy e della sicurezza. Per me questa è l’epoca del terrore di dimenticare la password. Quando ci inventiamo una password il sistema ti dice il grado di sicurezza, in genere ti suggeriscono almeno dieci caratteri, qualche carattere maiuscolo, un segno di punteggiatura. La mia è più lunga di un messaggio Twitter: 143 caratteri, massima sicurezza per il sistema ma impossibile da ricordare, e allora bisogna scriverla su un quadernetto segreto. Ognuno si sbizzarrisce nel modo più originale possibile per ingannare l’eventuale ladro o hacker che verrà in possesso del nostro quadernetto, che normalmente mettiamo nel frigorifero avvolto nella carta del salame assieme ai gioielli di famiglia. C’è chi scrive un nome inventato di una persona, e poi accanto un finto prefisso telefonico e a seguire la password vera, sgamabilissima perché non c’è nessuna compagnia telefonica che ti assegni un’utenza con 23 numeri. Poi ci sono quelli che mettono le date di nascita della moglie e dei figli, e nonostante ciò si dimenticano poi di fare il regalo di compleanno alla moglie. Infine ci sono quelli più fantasiosi che usano i loro miti sportivi: è probabile che la password del direttore Calabresi sia «Terza stella», quella del vicedirettore Gramellini sia «Abbasso la Rubentus» e che Gianni Riotta abbia scelto «22 05 2010 Triplete». Ho sentito un conduttore radiofonico congedarsi con i suoi ascoltatori in questo modo: «Ci risentiamo domani mattina, ma nell’attesa potete seguirmi su Facebook, scrivermi una mail all’indirizzo tal dei tali, cinguettare con Twitter e se mi avete perso mi potete riascoltare con un podcast, e se vi manco proprio tanto tanto mi trovate su YouTube». E poi che fai? Andiamo in vacanza insieme? Ma scusate qui si rischia che se ascolti una canzone alla radio finisce che ti sposi il conduttore! Fate attenzione a dove vi sintonizzate.

La stessa cosa vale per il cibo, la cucina: vorremmo aver assaggiato tutto, mangiato di tutto, cinese, giapponese, messicano, africano, mongolo, toscano, francese, emiliano; per non parlare delle vertiginose elaborazioni dei cuochi a 2 o 3 stelle Michelin, dove si arriva al miracolo della cuisine molecolier: non substance ma nuance! Proposta: e se per una mezza giornata ci comprassimo una michetta ancora calda e aggiungessimo due fette di salame; da bere, rigorosamente una bonarda dell’Oltrepò, poi uno sceglie una canzone a piacere ( io «Have I Told You Lately That I Love You»di Van Morrison), poi mettiamo una foto dei nostri nonni appoggiata alla bottiglia e iniziamo a porci queste domande: Come si fa una michetta? Con che farina? Come si fa a farla con quella forma? E il salame quanto ci vuole perché sia commestibile? E Van Morrison a chi avrà dedicato quella canzone, per chi si sarà sentito lo scrupolo di domandarsi «se ultimamente le aveva detto che l’amava»? Infine i nonni della foto ci aiuteranno forse a non essere così in ansia se al prossimo compleanno il display dello smartphone ci dirà «Memoria piena, non è possibile scattare altre foto», perché loro, i nonni, le foto del loro compleanno non le hanno mai avute.

Lubuntu 12.04 Precise Pangolin – Recensione

Qualche giorno fa ho fatto una promessa a chi mi segue su Facebook oppure su Twitter: una recensione di Ubuntu 12.04 Precise Pangolin che di lì a poco avrei provato. Bene, non posso mantenere la promessa, perché non ho provato Ubuntu, ma ho invece installato Lubuntu e quindi recensirò quest’ultima.

Cosa è questa Lubuntu?

Lubuntu non è nient’altro che una versione (finalmente inserita in quelle che vengono definite “derivate ufficiali”) di Ubuntu che ha come obiettivo la leggerezza, in modo da funzionare su sistemi non troppo moderni e quindi dotati di scarse risorse hardware. Questo compito, fino ad ora, lo aveva avuto Xubuntu con scarsi risultati, secondo me, in quanto XFCE è sì più leggero di GNOME/Unity, ma mica poi di tanto. LXDE, invece, richiede sul serio pochissime risorse hardware e rende così Lubuntu la scelta perfetta per chi vuole continuare a utilizzare il proprio vecchio pc oppure per chi vuole un ambiente grafico senza troppi fronzoli e vuole lasciare che le risorse hardware siano disponibili per altre faccende.

Installazione

Io ho effettuato l’installazione tramite l’immagine Alternate (quella studiata per pc con poche risorse hardware, senza grafica) e non è affatto difficile, magari un po’ “brutto” a vedersi, ma l’utente viene seguito passo passo durante la procedura guidata. Immagino, dunque, che il programma grafico di installazione non sia molto diverso e che la distribuzione sia facile da installare per la stragrande maggioranza degli utenti.

Opinioni

Non c’è che dire, mi sono subito trovato a mio agio in Lubuntu, soprattutto perché già utilizzavo LXDE su altre macchine. Ovviamente prima di diventare una derivata ufficiale, Lubuntu ha dovuto allinearsi con il resto della famiglia producendo un tema grafico e un tema di icone davvero piacevoli e con dei colori dominati da un blu-azzurro molto bello. Assolutamente azzeccato.

Per mantenere la leggerezza la suite d’ufficio LibreOffice viene sostituita da AbiWord e GNUmeric, ma i repository sono gli stessi di Ubuntu, quindi utilizzando il Software Center si potrà installare Libre Office con un paio di click. Già, il Software Center. Da questa versione Lubuntu è dotata di un vero Software Center che si rifà a quello della sorella maggiore con un’interfaccia che rimane leggera, ma con tutte le funzioni che servono. Questa forse è stata l’innovazione maggiore rispetto alle versioni precedenti.

Infine, ricordo che se Ubuntu 12.04 è una LTS (Long Term Support), Lubuntu 12.04 non lo è. Si avranno, quindi, aggiornamenti per un anno e mezzo, dopodiché bisognerà aggiornare il proprio sistema a una versione più recente.

Coordinate

QUI potete scaricare Lubuntu 12.04.

Fedora 17 Beefy Miracle Beta – recensione

Oramai vi ho abituati a recensioni sulle versioni Beta delle distribuzioni più in voga (l’ultima Ubuntu non sono riuscito a testarla così presto, sto per rimediare, abbiate pazienza) ed eccoci arrivati al test di Fedora 17, nome in codice Beefy Miracle.

Prima di tutto un bel disclaimer: questa è ancora una versione di sviluppo, quindi installaltela a vostro rischio e pericolo, non è un sistema adatto al lavoro quotidiano in quanto potrebbe essere affetto da bug vari ed eventuali, per quanto sia una versione molto, molto vicina a quella definitiva (ed è per questo che io me la installo e la provo per voi), ma ogni tanto qualche “casino” può succedere, quindi non imitatemi se non sapete risolvervi i problemi da soli, aspettate il 22 di questo mese per avere il rilascio definitivo (a proposito, la release schedule è stata cambiata di nuovo in seguito a un nuovo ritardo, potete trovare le nuove date a questo link).

Ok, veniamo a noi.

1. Installazione

Questa volta ho voluto fare un’installazione “fresca” (ogni tanto ci vuole, per spianare i casini che ho creato nelle varie parti del disco :^) ) e ho potuto quindi testare l’ultima versione del programma di installazione, Anaconda. Come al solito (e come per tutte le distribuzioni “facili”) l’installer è ben fatto, veloce e offre un sacco di scelte, soprattutto per quanto riguarda il partizionamento del disco. A me poi frega poco, visto che il disco me lo partizioni a mano, ma a un utente poco esperto procedure guidate per ottenere configurazioni del disco diverse non può fare che piacere.

2. Avvio

Avvio molto veloce e svelto. Questo è uno dei motivi per cui ho deciso di fare un’installazione pulita: il boot della mia Fedora 16 era diventato lento come la Quaresima.

3. Creazione utente

Anche qua una nota di merito: è davvero possibile effettuare un sacco di personalizzazioni, anche avanzate, utilizzando l’interfaccia grafica. Se un utente non conosce il significato di certe opzioni può limitarsi a schiacciare Avanti Avanti Avanti e verrà guidato alla creazione di un utente comunque funzionante al meglio.

4. Prime note negative

Come saprete la mia Fedora-machine è nerdbook. Non ho ancora capito perché il click col “tap” sul trackpad è disabilitato di default. Nei repository non è presente il browser Chromium. Mi tocca installare Chrome scaricando l’RPM dal sito ufficiale. Quando cliché il bottone per scaricare il pacchetto vieni reindirizzato a una pagina dove Google mi dice che “Sono grandioso!”. Piccole soddisfazioni. L’installazione fallisce miseramente, tra le altre cose. QUI c’è la pagina del wiki di Fedora dove spiega come aggiungere il repo di Chromium (così ci teniamo sul politicamente corretto, e l’icona è blu, si intona con i colori del desktop), sia stabile che instabile. Io ho scelto l’instabile, non so perché, forse voglio veder crescere il numero di versione di Chrome ancora più velocemente di quanto già non faccia. Voi non fatelo e se lo fate, non venite a lamentarvi con me!

5. Grandi novità

Nessuna grandissima novità da segnalare. L’aggiornamento dell’interfaccia grafica di default porta GNOME alla versione 3.4. Manca ancora l’opzione per fare lo Shutdown del pc nel menu dove dovrebbe essere. E soprattutto manca “qualcosa” che permetta di ibernare il computer che non sia lasciar scaricare la batteria fino al livello “critico”. A quel punto si iberna da sè.

Novità che segnalo solo per un mio amico (che spero legga questo articolo). GIMP 2.8.

6. Conclusioni.

Tanto bello era lo sfondo di default di Fedora 16 (con il sottomarino sottacqua), tanto brutti sono i fuochi artificiali della release 17. Li ho subito cambiati. Nota a margine: a me scazza parecchio perdere tempo a modificare e personalizzare l’aspetto del mio sistema operativo, la trovo una perdita di tempo, infatti se le icone e gli sfondi di default non mi danno fastidio li lascio per sempre. Quindi, carissimi designer delle varie distribuzioni, cercate di fare un buon lavoro e di fare in modo che l’aspetto del mio sistema, appena installato, sia quantomeno guardabile. Grazie.

Il tema di icone di default fa schifo e non c’entra una mazza con tutto il resto. Non sono ancora riuscito a trovare il modo di cambiarlo. Non mi ricordo come avevo fatto con Fedora 16.

Mettiamo un lucchetto a Windows

Questo forse è il primo post che scrivo per darvi qualche consiglio su come usare al meglio Windows. Tanto lo so che mi leggete, siete convinti come me che Linux sia più sexy, più potente, più sicuro, ma poi la vostra installazione Windows, fosse anche solo in dual boot su una macchina che accendete mezza volta al mese, la avete. Quindi puppatevi anche questi consigli, che non fanno mai male.

I sistemi GNU/Linux sono famosi per la loro “sicurezza intrinseca” e lo sappiamo bene, oramai. Una delle buone abitudini di Linux (ma anche di OSX) in fatto di sicurezza e di non lasciare mai il permesso a un utente “normale” di fare alcunché di pericoloso.

Cosa significa? Significa che il nostro account utente non può installare programmi oppure modificare nulla in certe cartelle che contengono i file vitali per il corretto funzionamento dei programmi installati e del sistema. Per compiere queste operazioni dobbiamo, in qualche modo, acquisire i permessi di amministratore (diventare, cioè, l’utente root) che sia loggandoci direttamente come root oppure usando sudo. I due utenti (root e non-root) vengono creati in automatico nelle distribuzioni Linux più “user friendly” e vengono caldamente consigliati nelle guide di installazione delle distribuzioni più avanzate.

Una delle cattive abitudini dei sistemi Windows è che il primo utente che viene creato e “dato in mano” a chi sta utilizzando il computer è l’utente che ha tutti i privilegi di amministrazione del sistema. E, di norma, questo utente viene utilizzato dalle persone per la normale attività giornaliera con il computer.

Quali sono i rischi che questa pratica comporta? Sono molti. Prima di tutto, se l’utente è poco esperto, può cancellare o modificare files vitali per il corretto funzionamento del sistema. In secondo luogo eventuali malware possono autonomamente installarsi e compiere azioni da amministratore indisturbati.

Come fare per evitare tutto ciò? Molto semplice. Al primo avvio viene creato un utente amministratore, possiamo chiamarlo come vogliamo, io il mio l’ho chiamato root, perché sono dotato di una fantasia invidiabile. Accediamo con questo utente per creare un secondo utente, che imposteremo come “utente standard” (denominazione di Windows 7 e tradotto da “standard user”, perché io lo uso in inglese, quindi voi adattate questa indicazione alla vostra versione e/o localizzazione di Windows). Questo sarà l’utente che, effettivamente, useremo per lavorare con il nostro computer.

E se voglio installare qualche programma? Niente di più facile: procediamo come al solito, ma, prima dell’installazione, ci verrà chiesto di inserire la password dell’utente amministratore, esattamente come succede nei sistemi Linux.

Che vantaggi mi porta questa “noia” di dover inserire la password ogni volta? Prima di tutto lo svantaggio di dover dare il consenso tramite password non è così gravoso. Non capita così spesso di dover installare nuovi software e se proprio dobbiamo “lavorare della grossa” come amministratori potremo effettuare l’accesso come utente amministratore al momento del login nel sistema, facendo, a quel punto, bene attenzione a ciò che facciamo e ai siti che visitiamo (per esempio i siti con le donnine nude visitiamoli come utente normale). Il vantaggio è che ogni volta che stiamo per compiere un’azione “sconsiderata” avremo l’occasione di ripensarci prima di immettere la password, magari proprio la richiesta della password ci metterà sul chivalà per farci rendere conto che l’azione che volevamo compiere potrebbe essere nociva per il nostro sistema. Un altro grosso vantaggio è che i malware non avranno la possibilità di prendere il controllo del nostro computer: dovrebbero conoscere la password dell’utente amministratore e non la sanno (perché voi ne imposterete una sicura e non una delle solite ben conosciute, giusto?). Nel peggiore dei casi il tentato attacco da parte di un virus informatico ci farà comparire la casellina per immettere la password segnale che qualcosa non sta andando nel verso giusto se noi non stavamo compiendo operazioni che richiedono tali privilegi. Questa richiesta di autorizzazione “non richiesta” ci farà drizzare le antenne e noi faremo partire una scansione con un buon antivirus (che teniamo sempre e costantemente aggiornato, esatto?).

Tutto qua. Ora godetevi il vostro sistema Windows con una piccola grande sicurezza in più. Ma non dimenticatevi mai di usare la testa e di non cliccare su una finestra con la grafica di Windows XP se state utilizzando Ubuntu, anche se tale finestrella vi avvisa che avete vinto un milione di dollari oppure che la vostra sexy vicina di casa vi sta aspettando mezza nuda dall’altra parte del pianerottolo. Vi posso assicurare che non vedrete mai il milione di dollari. E che la vostra sexy vicina di casa è sì mezza nuda, ma non sta aspettando voi. :^)

Le Iene, Anonymous e gli hacker

È appena finito un servizio de Le Iene che conteneva un’intervista a un esponente di Anonymous Italia. Tralasciamo tutte le considerazioni che avrei da fare sull’operato di questa organizzazione criminale e veniamo al motivo che mi ha fatto sobbalzare dalla poltrona e fiondarmi al pc a scrivere queste righe.

La Iena di turno definisce i componenti di Anomymous “hacker”. Durante l’intervista pone la domanda “Vi definite “hacker”?”, l’intervistato risponde: “Ci definiamo Hacktivisti.”.

Spieghiamo a Le Iene chi sono e cosa fanno gli hackers. Gli hackers sono coloro che compiono gli “hack”. In italiano la parola “hack” si può tradurre come “trucco”. Si trova un modo per fare qualcosa che non si può fare. Nel senso più generale del termine: si usano oggetti per scopi per cui non sono stati concepiti, piuttosto che si trovano metodi per aggirare sistemi di sicurezza o simili. Occhio: “si trovano metodi per aggirare sistemi di sicurezza”, non “si aggirano sistemi di sicurezza commettendo reati”. Ecco, qua c’è la differenza tra gli “hackers” e i componenti di Anonymous: un “hacker” moderno si intruduce in sistemi informatici senza permesso (ma non solo, invece quella pare essere l’unica occupazione di Anonymous), ma non commette reati di alcun tipo. Anzi, spesso e volentieri contatta il responsabile del sistema violato e lo avvisa della falla in modo che possa essere prontamente tappata.

La differenza è nello spirito che ci sta dietro, ragazzi! Un hacker, in senso generale, è uno smanettone che fa le cose per puro piacere personale, per piacere di conoscenza, per poter dire “ce l’ho fatta”. I ragazzi di Anonymous fanno quello che fanno per provocare danni più o meno grandi.

Io, con tutto il rispetto per i grandi hackers del passato (qualche nome famoso? Richard Stallman, Bill Gates, Steve Wozniak: nell’ordine GNU (Linux), Microsoft e Apple) io mi definisco un hacker, nel mio piccolo. Di recente ho installato una distribuzione GNU/Linux su un computer destinato al cassonetto dell’immondizia con un metodo che lo ha reso più veloce nel boot di un Mac del 2011. Nessuno ha avuto danni per questo, anzi, forse verrà creata un po’ meno immondizia.

Quindi, Iene, vi guardo molto spesso e il vostro programma mi piace parecchio, ma questa volta vi devo tirare le orecchie!

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